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Creta

L'aria l'aveva svegliata frizzante quella mattina, aveva dormito tutta la notte con la finestra aperta, come era solito fare d'estate, perché non aveva nessuna voglia di installare uno di quei rumorosi ventilatori a soffitto, né tantomeno l'infernale aria condizionata, che sembra sempre inverno e poi quando esci sembra che debba evaporare da un momento all'altro tra le ali delle libellule. Quella notte l'umidità aveva fatto festa e se ne vedevano le spoglie chiaramente sparse sul tavolo in pietra del giardinetto e le foglie del melograno macchiato di rosso-arancione, pareva che la rugiada si fosse arrampicata sull'edera fino alla finestra del secondo piano, dove stava la sua stanza, per sedersi sul davanzale scordando poi una scarpina nel rincasare. I raggi di un sole caldo ma fresco tipico del mese di giugno si posavano leggeri sulle lenzuola di lino del letto, a loro volta adagiate sul suo seno, già visibilmente desto e, forse, anche un po' irrigidito dall'intrusione, seppure discreta, di quella signorina che si era seduta sulla finestra della sua stanza la notte precedente.
Paola si tirò a sedere sul materasso; stropicciò gli occhi come se non fossero nemmeno suoi e respirò un forte odore di ginestra e di fior d'arancio.
Gli zoccoli, dove erano finiti gli zoccoli. Diamine, ogni volta che faceva tardi la sera con lui, poi il mattino seguente era sempre un dramma ricordare dove aveva lasciato scarpe e vestiti. Pazienza, avrebbe camminato scalza; tanto le piaceva un sacco!
Il latte. sì, nel frigorifero, dove era sempre e. che barba quegli slippini, tutte le mattine la stessa storia, dispettosi e rintanati stretti stretti in mezzo alle morbide rotondità del suo didietro che (guardandosi doveva ammetterlo per forza) era davvero ben fatto. D'altro canto aveva ricevuto dolci pacche d'apprezzamento e più o meno gentili zufoli camminando per il corso.
Uscendo dalla cucina che dava nel salone lo vide.
Era davvero bellissimo. Era come un sogno, l'idea di una ragazzina in preda ad una tempesta adolescenziale che si era trasformato in realtà. Ed era suo. In verità non sapeva per quanto tempo ancora, se ne sarebbe andato senza né lacrime né rimpianti come avevano fatto tutti gli altri, ma ora era lì, in casa sua, nella sua sala da pranzo, e avevano passato tutta la notte insieme. Una notte estenuante, calda afosa come capitava raramente da quella parti, una notte di mani che scivolavano su tutto il corpo: gentili sul viso e sulle mani, più ruvide sui fianchi, su quel culo rotondo, sulle spalle larghe da uomo, premurose attorno al collo e al suo vessillo di maschio; una notte di sigarette e aranciata, e qualche sorso di caffè corretto con la grappa di Bassano, di incensi che si stemperavano tra l'odore del legno e della terra, sui muri di gesso del vecchio casolare.
Si avvicinò a lui, davanti alla grande finestra che dava sul cortile, su quello stesso giardinetto dove si era fatto festa fino qualche ora prima, mentre loro due si erano avvolti in un'intimità ultraterrena, sciolta tra le assi di legno del vecchio tavolo della sala da pranzo e le antine un po' staccate della credenza. Non disse una parola, le bastava sentire il suo odore per capire che era lì, non serviva nemmeno guardarlo, attraverso le mani lo conosceva a memoria, ogni singola piega del corpo, la consistenza di ogni centimetro della sua superficie.
I passi che salivano dal piano di sotto aprirono lentamente la porta dopo aver bussato con educazione; Francesca apparve, radiosa come ogni giorno, con il suo solito groviglio di riccioli ancora intorpiditi dal sonno, con le ciabattine da Barbie che la facevano assomigliare ad una sua foto di quando era piccina ed i pantoloncini del pigiama rosa a fiori sempre troppo attillati alle gambe, oramai da donna, che erano cresciute poco per volta assieme a quei ciuffi più scuri dei capelli che segnavano i vertici di un triangolo morbido.
Appena lo vide, sulla soglia della stanza grande, si fermò, come fosse stata colpita in pieno volto da una secchiata d'acqua freddissima; rimase ad ammirarlo anche lei senza emettere un solo suono da qualsiasi parte del corpo; la sua indifferenza e la forza della sua figura erano il discorso più bello che si potesse fare ad ogni donna, ad ogni femmina.
Si avvicinò piano a Paola, le passò davanti senza sapere se guardare lei negli occhi pieni di gioia o indugiare sulla perfezione di quel corpo silenzioso che si esibiva, con naturalezza disarmante.
Francesca allungò una mano per toccarlo, in silenzio; prima la superficie scabrosa del petto, il ventre perfettamente piatto, una carezza lieve poco più sotto.
«Mioddio Paola. è fantastico. Ma quando.» «questa notte. Sai com'è non riuscivo a dormire.» Le labbra di Francesca si allungarono in uno dei suoi sorrisi più belli, di quelli che ti fanno piacere anche le giornate di pioggia «. è davvero bellissimo, questa volta hai fatto il colpaccio bella mia.» disse rivolgendosi all'amica scultrice e toccando ancora una volta il corpo di quel bellissimo cacciatore nudo plasmato nella creta in una sola notte «. ma adesso sbrigati, fatti una doccia veloce e metti su uno straccio qualunque che devo fare in fretta. Ho la lezione di disegno alle dieci e se arrivo tardi anche stamattina.».
Uscirono di casa assieme, correndo perché erano come al solito in ritardo e affannate tra le stringhe ancora slacciate, le gonne leggere e l'ultima fetta biscottata della colazione, ah già, i disegni, Paola.per favore, li ho lasciati in cucina.Sì Fra', ma cavolo sei la solita è roba tua!. Grazie grazie, dai sali in macchina.
La R4 fucsia e fiorata imboccò il viale sollevando la solita nuvola di polvere secca, di lì a poco si sarebbe posata di nuovo a terra, e avrebbe aspettato il loro ritorno per l'ora di cena, forse il primo pomeriggio. a proposito che giorno era? Ah già, martedì. Paola sarebbe tornata da sola, stasera il ragazzo di Francesca sarebbe stato a casa in licenza quindi.

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